Coast to coast marathon Sorrento-Amalfi

/ Dicembre 21, 2012/ Notizie, Storie di corsa

SorrentoAmalfi
Cari amici e amici dei miei amici, Eliana ed io siamo appena tornati dalla corsa “coast to coast”, così ho pensato di scrivere quattro righe per farvi partecipi di ciò che abbiamo vissuto.
Arriviamo nella città campana di Sorrento venerdì verso sera, dopo un tumultuoso “assalto alla diligenza” a Napoli, tra i binari della “circumvesuviana”. La rabbia della gente è al massimo, molti treni sono stati soppressi e quelli che ci sono… nessuno sa quando e se partiranno. Comunque, pur stretti in una calca pazzesca, arriviamo a destinazione e la temperatura è di 15 gradi (a Udine, zero). Il sabato, giorno prima della gara, andiamo a prendere il pettorale.

L’ufficio è aperto dalle dieci, dicono i manifesti. Arrivati alle dieci precise, vediamo pochissima gente in giro e gli organizzatori tutti affannati a portare moduli, definire strategie e mansioni, prendere posizione tra i tavoli. Andiamo a fare una passeggiata nei dintorni per non metterli in imbarazzo; la megalopoli partenopea si allarga tentacolare fin oltre l’orizzonte, il Vesuvio, al di là del golfo di Napoli è visibile solo alla base, protetto com’è da nuvole basse. Torniamo alla sede della corsa alle dieci e venti. Appena ci vede, una signora ci fa: ”No, no, apriamo alle dieci…” e davanti alla nostra espressione sbigottita continua: ”…ma… che ora è?”. A parte questo piccolo disguido iniziale tutto fila bene, la fila di podisti cresce, l’organizzazione parte in un clima sereno e pieno di sorrisi e frizzanti battute tipiche del popolo partenopeo. Tra gli iscritti ci sono alcuni del nord-Italia, tra cui noi due friulani, ma la stragrande maggioranza proviene dalle regioni limitrofe del sud.
Sorrento è una bella città, con una profondissima fenditura (un vero precipizio) in pieno centro cittadino accanto alla piazza principale (piazza Tasso. Qui è nato il noto Torquato, quello che ha liberato Gerusalemme o meglio ha scritto “La Gerusalemme liberata”, un ameno libro di diecimila pagine la cui lettura è un supplizio paragonabile alla tortura cinese, solo che quest’ultima invenzione è parecchio meno letale della prima. Mi scusino gli amanti del Tasso…). Negozi, commerci, vie pulite, gente a tutte le ore, e in più Sorrento è il porto d’attracco per la mitica Capri, famosa per aver inventato il “panino alla caprese” che salva i vegetariani da morte per fame nei grill dell’autostrada. Siamo a metà dicembre e le strade del centro, isole pedonali per lo meno verso sera, sono intasate di gente che passeggia, crea capannelli, commenta a voce alta; non osiamo immaginare quello che succede qui in alta stagione.
Domenica la partenza è fissata per le nove e alle nove incredibilmente si parte. Siamo in circa 800 per questa “coast to coast”, impropriamente chiamata “maratona”, dato che i chilometri che ci attendono sono solo 31,3. Altri circa 600 partono nello stesso momento da Positano, per una 15,7. Meta da raggiungere per tutti è Amalfi, antica potenza marinara, che dà il nome alla splendida costiera e al golfo.
Fermo restando che la corsa è un piacere comunque e correre in questi luoghi così suggestivi e lontani è un’esperienza eccezionale, seguono gli obiettivi per noi due. Non conoscendo nessuno dei 36 podisti M60 iscritti, ma sapendo che sono abbastanza in forma, cercherò di salire su uno dei tre gradini del podio. Eliana ha altre due concorrenti nella sua categoria F60, ma il concorrente più temibile è il tempo-limite fissato dagli organizzatori: 3 ore e 40 minuti, che se sembra tanto in effetti non lo è per un’altimetria che sembra un cardiogramma impazzito. Non c’è un solo metro di pianura, assicurano le cartine, e sarà proprio così: salite e discese, spesso molto ripide, si alterneranno continuamente, per una prova davvero impegnativa.
All’inizio ci sono sei chilometri di salita dura, ma niente di preoccupante per chi ha fatto l’ecomaratona dell’Alpago e le gimcane montane del Gortani, e si esce sullo spartiacque tra le due coste della penisola sorrentina con le gambe che definire indolenzite è un eufemismo ottimista. Da lassù, ripidi tornanti in discesa ci portano sul golfo di Amalfi. Giunti sul limite del baratro sulle onde spumeggianti, la strada corre sulla costiera seguendone gli infiniti ghirigori. I sensi sono all’erta, sollecitati al massimo dall’adrenalina che spinge dall’interno del corpo.
La vista: grandiose vedute sulle scogliere e minuscole spiaggette laggiù , paesini come tanti presepi con casette bianche a strisce sovrapposte dove i pendii si addolciscono, monti impervi (siamo nel parco dei monti Lattari) e talvolta terrazzamenti a olivi e agrumi. L’olfatto: la dolce brezza marina porta odore di salso nelle narici, talvolta estasi di effluvi di mandarino e arancio che sembrano spumeggiare per l’aere, zaffate di ruta e rosmarino selvatico; niente benzina, niente gas di scarico: la costiera amalfitana, per 364 giorni affollata di automobili di residenti e turisti e di camion e furgoni a servizio del commercio e del business alberghiero, oggi è deserta di traffico, paradiso per chi si ricorda di avere dei polmoni e l’aria è pulita, pregna del tepore del sud.
L’udito: ottocento podisti, lo scalpiccio di milleseicento e due piedi come colonna sonora di questa mattinata grandiosa. Un momento: milleseicento.. e due? E perchè, se è lecito? Ma sì, perchè una podista in realtà è una fit-walker, veloce quasi come un podista di medio livello, partita con i suoi due bastoncini il cui ticchettio si fonde nel rumore di fondo generale che è miele per trombe di Eustachio costantemente violentate dalle folli cacofonie stradali moderne. E poi qualche verso gutturale dei gabbiani plananti sugli azzurri abissi, qualche applauso sobrio di paesani ammiranti, e su tutto l’ansimare dei podisti dove le salite si fanno più dure, o gemiti di dolore verso la fine.
Il gusto: il sudore che cola in bocca e la pelle che “senti” salata durante una corsa, durante “questa” corsa corsa (non è un refuso tipografico o una ripetizione, la prima parola è un sostantivo e la seconda un participio passato: il vecchio insegnante non perde occasione per rompere le scatole con le sue pallose disquisizioni) in uno degli scenari più belli del mondo (vabbè, dicono tutti così, anche a Torreano, ma le guide turistiche definiscono davvero così questo angolo del pianeta) ci porta, saltando il quinto senso, quello del tatto per cui non saprei cosa inventare se non i piedi martoriati da così tanti chilometri di asfalto, al sesto senso, quello che supera tutti trasversalmente, penetrando nell’intimo, nello spirituale. Insomma, per dirla breve, si è contenti di vivere questa situazione, siamo pura energia che pulsa in corrispondenza col battere del cuore dell’universo, e tanto basta sennò mi metto a piangere.
Con la descrizione della gara ero rimasto al dodicesimo chilometro circa. Tre km di salite e discese, e siamo a Positano. Sembra un presepe , con le sue casette bianche, le sue terrazze coltivate, col verde acceso di verdure di consistenza carnosa (e se lo dice un vegetariano vuol dire che è proprio consistente…), aranci e mandarini e limoni e mandaranci dai colori accesissimi, stradine strette e linde zeppe di negozietti.
Si continua, l’organizzazione è perfetta, i ristori costanti, dopo metà gara non solo acqua ma addirittura sali, pezzi di banana, biscotti. Bene, ma una critica incombe, e riguarda lo spreco. Ai ristori si danno bottigliette di acqua minerale che nessuno evidentemente ha tempo né voglia di bersi tutta, giusto un sorso per evitare crisi da sete nei prossimi cinque chilometri. Così nei tratti dopo i banchetti la strada è cosparsa di bottigliette, acqua che verrà buttata via, plastica che contribuirà ad ingolfare le discariche. Chili, quintali di plastica. Bastavano dei bicchierini, si sarebbe risparmiata acqua ed energia. Una goccia nell’oceano, d’accordo, ma tutti sappiamo che anche da un singolo gesto può partire un’inversione di tendenza cosmica, e quel piccolo gesto possiamo essere proprio noi a farlo. Ancora salite e discese, e discese e salite, e finalmente laggiù in fondo si intravede un grande arco gonfiabile arancione e una gran folla attorno. Amalfi. Il traguardo. Tra due cordoni di folla, accanto alla celebre cattedrale a strisce bianco-nere (ma non è una pubblicità per la Juventus o l’Udinese, questa chiesetta esisteva già qualche annetto prima che inventassero il calcio…) i podisti arrivano di gran carriera, dimentichi di qualsiasi acciacco o dolore precedente, spronati dagli applausi e dalle urla dello speaker dagli altoparlanti.
Passiamo ora alla prova dei due natisoniani. Nella sua categoria Eliana è giunta terza, ma il dato più importante è che è riuscita a concludere la difficile gara entro il tempo-limite di 3 ore e 40 minuti, cosa non facile data la difficoltà del percorso. Sottolinea, la mia cara metà, che per i concorrenti più lenti e ristori erano ridotti al lumicino, spesso i tavolini erano proprio vuoti, e il traffico veicolare nei paesini è ripreso prima del loro passaggio, cosicché si sono dovuti sorbire i gas di scarico e i rumori. Ma è giunta al traguardo con un grande sorriso, la Eliana, condividendo la mia opinione sul fatto che è stata proprio una gran bella giornata.
Io parto in mezzo al gruppo, nei primi sei chilometri che sono tutti di dura salita guadagno qualche posizione ma non forzo troppo. Nella discesa ripida che porta all’altra costiera anche perdo qualcosina, do atto che questi podisti del sud sono parecchio tosti, ma una volta arrivato in basso (per modo di dire: siamo sull’orlo del precipizio, a cento metri verticali dall’oblio eterno, parapetti bassi, e non è il casi di sporgersi per vedere se ci sono le stelle alpine), decido che è il momento di darci dentro con decisione. Siamo in trentasei nella mia categoria M60, non ne conosco nessuno, potrei essere primo o ultimo in questo momento, ma da adesso voglio dare il massimo per cercare di chiudere dignitosamente uno splendido anno atletico.
Nelle salite guadagno posizioni, nelle discese le mantengo. Così nei chilometri che portano a Positano, così nei chilometri seguenti lungo la splendida costiera. Dopo il 21° incomincio a sentire la fatica ma sono ben allenato, continuo nella rincorsa. A un certo punto, verso il 26°, quindi a cinque km dall’arrivo, un ciclista che procede lentamente nella direzione opposta a noi dice ad alta voce a ciascuno dei podisti la posizione assoluta. Una sua iniziativa personale, niente di ufficiale, comunque mi punta e fa: ”176!”. Beh, su 800, non è male, penso, ma non mi risolve il dubbio principale che resta: quanti degli altri sessantenni sono davanti e quanti dietro? Nel lungo tratto di discesa che segue non ho la forza di aumentare il ritmo, ma ora che mancano due chilometri al traguardo c’è una salita tremenda che mi permette di agganciare un gruppetto di una decina di podisti, tra cui anche un possibile M60, a giudicare dai capelli bianchi e certi segni caratteristici sul viso ( non so come mai, ma li riconosco subito…). Giungo stremato alla cima dell’erta, e oltre la curva intravedo, dopo una lunga discesa tra le rocce verticali sopra e sotto il filo scuro della strada, l’agognato arco arancione, il traguardo di Amalfi.
Parto al massimo, tutte quelle ripetute al campo di Cividale serviranno pure a qualcosa, distacco subito il gruppetto, raggiungo qualche altro podista più giovane, arrivo al traguardo situato in un grande piazzale vicino al mare, nel tempo di due ore, ventisette minuti, cinquantanove secondi. Poi saprò che sono giunto 158° assoluto, 3° di categoria. Il quarto è arrivato solo una ventina di secondi dopo di me, era proprio quello che ho superato prima, alla fine dell’ultima salita. Sono davvero soddisfatto della mia prova, a questo punto ci vorrebbe una medaglia, ma non è così: mi mettono in mano un foglio di carta giallino dove è scritto “coast to coast”, il resto in bianco, questo sarebbe il diploma di partecipazione. In un altro tendone noto un assembramento e chiedo: ”cosa si offre qui?”. Niente di niente, è la risposta, solo per i primi 150 c’è una maglietta. Superato lo choc le cose vanno poi perfettamente, nel senso che c’è un piccolo pacco-gara con qualcosa da bere, la corriera con il sacco personale depositato a Sorrento è regolarmente parcheggiato accanto al traguardo, c’è lo spogliatoio, una pasta al pomodoro con foglio termico sopra… insomma una pacchia, tanto più che ora il cielo è perfettamente azzurro, non c’è un alito di vento, la temperatura è quasi primaverile, l’ambiente è sereno e amichevole, intanto continuano a susseguirsi gli arrivi e tra un po’ arriverà anche Eliana… Alla premiazione, poi, ho la gradita sorpresa di incontrare Giacomo Leone, vincitore della maratona di New York. Beh, Giacomo, gli ho detto, se vuoi ci facciamo fare una fotografia assieme… Il Grande ha subito accettato, d’altronde una foto col numero 3 degli M60 della coast to coast non è roba di tutti i giorni…
Per la cronaca, ha vinto il keniano Meli Ezekiel Kiprotic in 1 ora 39 minuti, seguito da Youness Zinouni e Abdelkebir Lamachi. Tra le donne, successo di Emma Delfine in 2 ore 13 minuti, seguita da Fabiola Desiderio e Ania Paniak.
Dopo la gara, Eliana ed io decidiamo di non tornare subito a Sorrento con le corriere dell’organizzazione ma di goderci un paio d’ore ad Amalfi, che si rivela una piccola e bella cittadina di mare attorno alla splendida cattedrale. Il giorno dopo, Capri. Con una nave in meno di un’oretta da Sorrento giungiamo alla famosissima isola, che visitiamo naturalmente tutta a piedi nonostante la stanchezza. C’è la funicolare che conduce in centro città, situato guarda caso in alto, c’è l’autobus, c’è il taxi. Ma chi li conosce? Noi siamo maratoneti, siamo del G.S.Natisone, e pur con i piedi martoriati e le gambe doloranti saliamo per scalini e stradine stette e scoscese, poi visitiamo fino all’imbrunire le bellezze naturalistiche dell’isola la cui fama è tutta meritata. Riassumendo il tutto, una gara ben organizzata (con possibilità di miglioramento), un ambiente splendido, gente cordiale, gran bella esperienza, da consigliare a tutti i podisti.

Brunello Pagavino

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