ECOMARATONA DELL’ ISOLA D’ ELBA A TAPPE

/ Maggio 14, 2013/ Storie di corsa

Cari amici podisti del G.S.Natisone, io e Eliana siamo appena ritornati dall’isola d’Elba dove abbiamo partecipato all’Ecomaratona a tappe che si disputa da dieci anni a inizio maggio nella bella isola toscana. Vogliamo darvi qualche informazione e commento, chissà che qualcuno si incuriosisca e voglia partecipare alla prossima edizione; secondo noi, ne vale la pena.
Il tragitto in autostrada è di circa 560 km da Cividale fino a Piombino, lì si prende il ferry per Portoferraio. Dal capoluogo elbano c’è una strada che taglia l’isola nel suo punto più stretto, una decina di chilometri e si è a Lacona, punto di partenza dell’ecomaratona a tappe. Noi abbiamo alloggiato all’hotel Giardino, dignitoso e pulito.
Al ritiro dei pettorali incontriamo gli altri podisti. Siamo in tutto una sessantina, provenienti dal centro e nord Italia, soprattutto toscani e lombardi. Noi siamo gli unici friulani. Donne, come sempre, poche. Come età, ci sono giovani e quarantenni, ma la maggioranza è over 50, anzi, la categoria più numerosa è proprio la mia, i sessantenni, che conta 14 concorrenti. Eliana se la vedrà con altre due della sua categoria.
La prima tappa di dieci km si corre nei dintorni della baia di Lacona, su asfalto e sterrato. Facciamo conoscenza con i bruschi strappi ascensionali che contraddistinguono l’Elba. Quando è salita non è mai blanda, è sempre una tirata pazzesca per poter arrivare in cima al dosso correndo, poi le discese sono di quelle che lasciano il segno e richiedono attenzione costante; rarissimi i tratti pianeggianti, anzi sono in piano solo i chilometri iniziali e finali, quelli che si corrono sulla strada che costeggia il mare della baia di Lacona, una strada che collega Capoliveri a Marina di Campo. I primi volano davanti, appena dietro mi dò da fare per stare al passo di un gruppetto di podisti che sembrano abbastanza forti, qualcuno forse della mia categoria ( ci siamo appena visti, non ci conosciamo ancora), poi le salite toste che sono la mia specialità mi fanno guadagnare qualche posizione. Nel chilometro finale si attraversano stradine interne ai campeggi lungo il mare, qualche turista applaude. Arrivo primo di categoria e decimo assoluto, una posizione che non avrei mai pensato di raggiungere. Anche Eliana arriva prima di categoria.
Il giorno seguente, la seconda tappa prevede nei quasi dieci km la salita per le strade bianche della penisola di Laconella. Strade bianche di pendenza a tratti quasi assurda, sconnesse all’inverosimile, con buche continue e sassi aguzzi dappertutto. Mentre sono in piena corsa, completamente concentrato, è su uno di questi sassi malefici che impatto l’alluce destro e cado nella polvere come un salame. I podisti che mi seguono si dimostrano molto gentili, mi chiedono come va, pur continuando a correre tra la bassa vegetazione che ogni tanto si apre su panorami mozzafiato, si un mare blu e calmo come una lastra, la stupenda baia sottostante, di fronte l’incantevole penisola di Capo Stella e laggiù in fondo, come un sogno, la sagoma inconfondibile dell’isola di Montecristo, un triangolo perfetto che emerge dall’infinito azzurro. Mi rialzo subito, dico “non è niente, non è niente…” e, pur continuando a vedere le stelle anche se in pieno giorno, riparto a tutta per non perdere posizioni duramente conquistate nei spossanti chilometri di salita precedenti. Finalmente arriva la discesa che, dopo un tratto di sterrato, si immette si un buon asfalto. Si arriva a Lacona, e qui incontriamo una bella sorpresa che gli organizzatori hanno pensato per rendere ancora più gradevole e avvincente la gara: invece di imboccare direttamente il vialone d’arrivo come ieri, una svolta ci porta a destra fino alla spiaggia, dove correremo per circa mezzo chilometro per poi rientrare su una stradina e giungere al traguardo. Mezzo chilometro, e che sarà mai? Il piede destro mi fa un male cane, ma vedo che sto andando bene, voglio arrivare al traguardo e poi si vedrà. La sabbia di Lacona però non è come quella di Lignano o Grado, dove si può correre sul bagnasciuga scegliendo le zone di sabbia più compatte. No, qui si sprofonda. Ti avvicini al mare e sprofondi perchè il terreno è troppo bagnato; te ne allontani e sprofondi perchè il terreno cede con effetto risucchio; più in là ci sono le dunette con erbe e i fiori spinosi selvatici. Insomma è dura, dura. Ma lo è per tutti, quindi si sopporta e si arriva. Mantengo la prima posizione di categoria e la decima assoluta, anche Eliana ormai è prima con un buon margine sulle altre. Ma quello che mi preoccupa è il piede destro, quello che troverò togliendo la scarpa. Poltiglia sanguinolenta? Polenta e frico? Minestrone di sanguinaccio? Cauto cauto mi slaccio, allargo al massimo i lacci. Fitte acute si dipartono da laggiù, mi pare davvero di vedere delle stelline uscire dall’interno della scarpa. Fatto. Adesso il calzino. Sembra attaccato. Oddio, e’ attaccato. Movimenti al rallentatore. Emerge piano piano il danno fatto. Il mondo è rosso, rossissimo, paonazzo. Chiazze di nero e di disgregazione cellulare. L’alluce è il doppio dell’altro. L’unghia? C’è. Completamente nera, leggermente sollevata. Fitte da pulsazione accellerata attraversano il disperante panorama. Uno spettacolo. Penso: è fatta, per me l’ecomaratona finisce qui. Ma poi rifletto. Un momento, non è che un’unghia nera. Se sotto non c’è niente di rotto forse posso continuare. Vincenzo, un esperto podista cinquantenne che cena con la moglie di fronte al nostro tavolo, mi suggerisce di agire con un ago sterilizzato. Si punge l’unghia, esce il sangue, sparisce la compressione e si è come nuovi. Anche Filippo per Sms mi consiglia tale operazione, ma da far fare a un professionista, non da solo. Eliana è preoccupata, anche lei opterebbe per una visita all’ospedale. Per fortuna domani è giorno di riposo, andrò al pronto soccorso di Portoferraio e vedrò cosa succede.
A Portoferraio l’ospedale è in pieno centro, ci starò tutta la mattina, Eliana avrà il tempo di bighellonare per le zone centrali e il molo come una qualsiasi turista sfaccendata. Prima tappa il pronto soccorso. Bisogna fare la radiografia, dicono. Ma non serve, obietto, basta un infermiere, un ago e via… Non mi stanno a sentire. Aspetto per la radiografia. Poi aspetto per il responso della radiografia. Torno al pronto soccorso a da qui mi mandano al primo piano, in ortopedia. Dovunque, file di persone ormai rassegnate. Anche se all’Elba, sempre in Italia siamo. Il mio referto passa assieme a molti altri nelle mani di un’infermiera che chiude la porta. Ho solo il tempo di dirle: “Guardi, se ha un ago mi buca l’unghia ed è fatta, è roba da un secondo…”. Mi guarda e con un po’ di fastidio annuncia: “Vedremo, vedremo…”, prima di chiudere la porta. Aspetto. Passa gente, poi è il mio turno. Un giovane dottore è al computer. Guarda il referto della radiografia, dice che non è rotto niente, bisogna solo medicare e stare a riposo. “ Dottore, non è che si potrebbe usare un aghetto e così esce il sangue dall’unghia…”-dico, bofonchiando alla Fantozzi, per il terrore di infastidire Sua Onnipotenza Il Medico con la mia richiesta- sa, nel mondo dei podisti si fa spesso così…”. Lui non guarda né me nè il mio alluce, si limita a scrivere sul computer il suo referto. No, niente ago. L’infermiera mi fa con professionalità un bendaggio proteggente con una garza; mi danno il referto, dopo un paio di righe incomprensibili a noi comuni mortali, sull’ultima c’è scritto: riposo di dieci giorni. “ Dottore, domani ho una gara di corsa. Forse con un ago riuscirei a correre…” La porta si apre e si chiude, sono fuori. Portoferraio riluce di luce, la temperatura è mite. Zoppico, ma riesco a camminare. Nel pomeriggio andiamo a visitare Marina di Campo, Procchio e Marciana, luoghi che sono stati teatro, lo scorso settembre, della mia impresa sulla distanza Ironman.
Viene la sera e poi viene la mattina della terza tappa. Per tutto il tempo l’alluce batte, pulsa come un tamburo, sfiorarlo è da urlo. Che faccio? Mah, intanto infilo la scarpa, il che è già un’impresa, e poi si vedrà. Indosso le Mizuno da maratona, sono più ammortizzate. Mi sento protetto, la garza tiene bene, provo a fare qualche passo. Va. Oggi la tappa, quasi dieci km, prevede l’attraversamento della penisola di capo Stella, per stradine boscose e poi, più in alto, altamente panoramiche. Nel riscaldamento provo più volte a corricchiare, e le sensazioni, incredibilmente, sono abbastanza buone. Certo, in punta batte, ma il fastidio non è mai male e questo mi decide: parto. Eliana mi guarda preoccupata: “Sei sempre il solito matto”, dice. Alla partenza mi piazzo nel gruppone un po’ più indietro del solito, ma il primo chilometro è di asfalto pianeggiante e questo mi dà fiducia, corro senza soffrire e mi riapproprio di posizioni più consone. Inizia la salita, ed è proprio dura, a zig-zag per sentierini sconnessi che si inerpicano verso la sommità della penisola, con panorami stupendi attorno. Qui vado sul velluto, in salita impegnativa si preme più sul tallone che sulla punta, riconquisto posizioni. Dopo metà gara iniziano le discese, e iniziano le dolenti note. L’alluce batte sulla punta della scarpa, e il dolore aumenta. Rallento un po’ corro ancora di tallone anche se stilisticamente faccio pietà, ma mi ricordo che con il mio ciabattare da treno merci non vincerò comunque il “premio per il podista dalla corsa più elegante” e allora tanto vale, basta andare avanti e non perdere troppe posizioni. All’arrivo, noto con piacere che non ho perso molto in classsifica generale, e in categoria rimango primo. Manca ora solo l’ultima tappa.
E’ il tappone, la gara più lunga e impegnativa, che prevede la salita del monte dietro Lacona, quello che fa da spartiacque con il versante di Portoferraio fino a una strada tagliafuoco che lo percorre per intero, la discesa per altra strada bianca con vista sull’altra parte dell’isola , la breve risalita al valico e la lunga vertiginosa discesa su asfalto fino all’arrivo di Lacona, il tutto per 12 km e mezzo. Che faccio, corro? Il medico mi ha prescritto dieci giorni di riposo, ma due sono già passati dal fattaccio, e due sono quasi dieci, no? Sì, corro. La salita si rivela davvero lunga e impegnativa, la strada tagliafuoco che dal basso sembrava pianeggiante si rivela tutta a salite e discese, ma la sensazione del piede è positiva. Cautela, massima attenzione a non prendere altre tuonate all’alluce, leggero fastidio in generale e blando dolore in discesa, sopportabile comunque. Il fiato e l’allenamento non mi mancano, riesco a raggiungere la piana di Lacona e gli ultimi due chilometri in buona posizione e anzi accellero, sia mai che guadagno qualcosa in classifica assoluta. Chiudo l’ecomaratona con un tempo totale di 3 ore e 13 minuti, primo di categoria e ottavo assoluto. Eliana, bravissima, prima di categoria e sesta assoluta con un tempo globale di 4 ore e 28 minuti.
Nel pomeriggio le premiazioni, con la presenza del locale assessore al turismo con la fascia tricolore, il che inorgoglisce parecchio tutti noi. Considerazioni finali: si è trattato di una bella gara a tappe, ben organizzata ma probabilmente non sufficientemente pubblicizzata, lo dimostra il numero esiguo di podisti iscritti. Una gara dura, il che è dimostrato anche dal fatto che si è partiti in sessanta e si è arrivati in 46; molti si sono ritirati o per acciacchi vari o per la fatica. Sobrio e professionale lo speaker, bravo il mago del computer, bravi i giudici, bravo e sfortunato ( si è ritirato per problemi alla schiena e una storta proprio nella famigerata salita di Laconella) l’ultramaratoneta Marco Boffo, rappresentante della Saucony, puntuali le segnalazioni e la presenza dei volontari sul percorso, buoni i ristori. Una certa carenza io e Eliana l’abbiamo riscontrata sul lato umano e della comunicazione . Globalmente, comunque, un voto positivo. Un’esperienza da provare.
Chiudo con un pensiero che mi è “venuto su” passeggiando con Eliana sulla spiaggia di Lacona:

Sulla spiaggia della vita
anche l’orma più profonda
dura
il passaggio di un’onda.

Bello, neh?
Brunello Pagavino

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