63 ANNI, IRONMAN A PODERSDORF

/ Settembre 30, 2014/ Storie di corsa

Sono le sette mattutine di sabato 6 settembre. Assieme a centinaia di altri sono con la muta nelle fredde acque del Neusiedler See a Podersdorf (Austria), sto per partire per il mio quarto Ironman e in pochi secondi visualizzo i tre precedenti. Zurigo 2012, temporali-freddo-vento sulle ali dell’emozione per la mia prima volta, Ironman a 61 anni; Elba 2012, alluvione nell’ultima discesa a Marciana Marina e maratona sul lungomare di Marina di Campo con l’acqua ai polpacci; Nizza 2013, edizione caldissima, 180 km di bici durissimi sulle montagne retrostanti la Costa Azzurra e maratona ai limiti dello scioglimento.
Ce l’ho fatta a finirli, pur con tempi risibili per i più forti, ma il meteo non è mai stato particolarmente benevolo. Speriamo oggi, speriamo di non avere panico nuotando per i 3800 metri in questo splendido lago, in bici speriamo di non bucare e di non avere troppo vento contrario, in maratona speriamo di non avere troppi crampi e di arrivare sotto le 15 ore, tempo limite.
Ecco lo sparo, siamo in circa trecento con la cuffia rossa dell’Ironman, circa altrettanti con quella verde del mezzo ( in maggioranza austriaci, ma ci sono anche ungheresi, sloveni, croati, slovacchi, italiani, tedeschi). Tra loro i pochi altri della mia categoria M5, tra i 60 e i 64 anni, ma ora l’unico pensiero è per se stessi: nuotare, nuotare, nuotare. Non partecipo alla solita mattanza iniziale, nel nuoto sono lentissimo e non vedo perchè correre il rischio di prendermi sberle, calci o unghiate. Il primo tratto prevede 700 metri dal faro verso il centro del lago. Mi dicono che è un lago basso, che si tocca sempre, infatti ieri al briefing gli organizzatori si sono premurati di dire che è proibito camminare. Provo a mettere le gambe giù, è vero: la profondità sarà di un metro e settanta, in punta di piedi tocco, non serve e niente ma se per caso devo mettere a posto gli occhialini o se vado in panico sono psicologicamente più contento rispetto all’avere un abisso sotto. Finisco il primo giro di 1900 metri, nel secondo giro le distanze tra noi ultimi si fanno enormi e non ho punti di riferimento, vedo per fortuna laggiù l’arco gonfiabile rosso di arrivo che si avvicina con una lentezza esasperante. Arrivo in circa un’ora e tre quarti, barcollo fino alla bici e cerco di togliermi la muta che, maligna, non ne vuole sapere di lasciarmi libero. Il fatto è che nelle braccia non ho quasi più forze, solo dopo alcune respirazioni profonde riesco a trovare l’equilibrio per sgusciare fuori dal gommoso involucro e predispormi per il tratto più lungo: i 180 km in bici nella pianura del Burgenland austriaco. Sono 30 km da ripetersi sei volte, pioviggina ora ma per fortuna c’è solo un blando venticello. Mi inserisco nel circuito che i più veloci stanno già facendo per la seconda o terza volta, so che posso tenere una media di 27-28 km orari, mi chino sulle estensioni del manubrio e penso solo a pedalare costante e regolare, senza demoralizzarmi se vengo continuamente superato dai più giovani e forti che con un fruscio si involano a quarantacinque orari o più.
E’ una terra piena di laghetti, stagni, paesetti minuscoli e ordinati, vigneti a perdita d’occhio, osservatori ornitologici, si sentono continuamente colpi di fucile che sono in realtà sistemi acustici automatici per difendere le pregiate colture dagli assalti degli uccelli. Le ore passano, il tempo migliora, addirittura sbuca il sole e la temperatura è mite. Quando ci si avvicina a Podersdorf c’è gente lungo le strade che applaude, urla, incita. Alla rotonda dove si ri-inizia il circuito è ogni volta un osanna. Giro dopo giro, però si è sempre di meno sulla strada, ormai la maggioranza ha finito la parte in bici e sta già affrontando la maratona, li vedo con invidia correre sul rettifilo costiero, ma devo reprimere l’impulso di raggiungerli: devo fare ancora l’ultimo giro, gli ultimi trenta chilometri, ed è già pomeriggio. La stanchezza si fa sentire e desolante è la solitudine con cui affronto i rettilinei infiniti ma non mollo, solo 2-3 km di media di meno rispetto all’inizio, e sono alla rotonda finale di Podersdorf, poso la bici, casco e scarpette e parto per la maratona.
“Dai, adesso sono solo 42 chilometri di corsa, e che sarà mai, di maratone ne avrò fatte una cinquantina”- penso, solo che farlo dopo 180 km di bici è un po’ diverso. Ossa rotte, accenni di crampi… leggera stanchezza generale. Ma il panorama cambia, dalla solitudine più totale ora passo a un glorioso traffico di atleti che vanno e vengono sul rettilineo di 5 km prospiciente il lago fino ai rilevamenti-chip (andata e ritorno dieci km e mezzo, da ripetere quattro volte), ognuno con la propria andatura.
Beh, la corsa è il mio forte, dopo un po’ trovo un ritmo lento ma costante che mi permette di superare alcuni triatleti… peccato che loro sono uno o due giri avanti a me! Le forze sono ormai al lumicino, sono costretto a fermarmi ai ristori (puntuali, forniti: bravi tutti, dagli organizzatori ai volontari) per rifornirmi costantemente di acqua, sali, gel, banane, coca-cola, barrette energetiche, una serie di schifezze che so che pagherò alla fine con problemini di stomaco. Viene sera, splende la luna, il lago è nero e non vedo più neanche l’asfalto tanto è buio. Siamo rimasti in una decina a correre in questi ultimi dieci chilometri, calcolo che ho quattro o cinque concorrenti dietro.
Finalmente le luci di Podersdorf, c’è ancora gente che applaude, le ultime centinaia di metri sono un’apoteosi, dai bar e ristoranti gruppi di turisti ai tavoli incitano a gran voce, sento continuamente: “Super! Prima!Bravo!” Ringrazio di cuore, sono io ad applaudire loro, mi sento al centro di un mondo fatto di solidarietà e fratellanza.
Che bello lo sport, che bella la fatica, il sudore, la possibilità e la determinazione di dare tutti noi stessi per vivere sensazioni come queste. Guerre, perversioni, cattiverie: non esisterebbero più, se lo sport sostituisse il potere politico. All’arco trionfale della finish-line pronunciano il mio nome. Sono un Ironman, stavolta con record personale di 13 ore e 43 minuti. Ultimo di categoria, pochissimi dietro in classifica generale, ma finisher, e c’è chi sa cosa voglia dire. Mi gratificano di una bellissima medaglia a forma di faro (il simbolo di Podersdorf) con su scritte le cifre focali: 3,8 – 180 – 42 e il simbolo stilizzato dei tre sport praticati. Sono distrutto, ma ne è valsa la pena: so di essere la dimostrazione vivente, una delle dimostrazioni viventi, che a 63 anni ancora tutto è possibile.
Brunello Pagavino

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