BRUN E ELY AL CAMINO DE SANTIAGO

/ Ottobre 23, 2015/ Storie di corsa

Camino de Santiago. Circa 800 chilometri che Eliana ed io abbiamo fatto nel mese di settembre 2015 seguendo in bicicletta le orme di antichi e nuovi pellegrini, su sentieri aspri o strade e stradine asfaltate. Un’esperienza importante, un’avventura fisica e spirituale che ha lasciato il segno.
Ci sono tanti libri e siti internet che spiegano per filo e per segno le caratteristiche storiche, religiose, ambientali, geografiche del Cammino che va a Santiago di Compostella e Finisterre, io descriverò solo la nostra esperienza, quello che abbiamo visto, fatto e “sentito”.Camino_de_Santiago-Brun_Ely
Oltre 1500 chilometri di macchina, due giorni di viaggio per arrivare a Lourdes, nel sud della Francia, dove in una grotta la pastorella Bernadette ha visto e parlato con la Madonna. Profondo rispetto per chi ci crede, un po’ meno per il mercato consumistico che vi è cresciuto attorno. Il terzo giorno si arriva a Saint-Jean-Pied-De-Port, cittadina ai piedi dei Pirenei francesi dove tradizionalmente inizia il Cammino. Visitiamo la cittadella fortificata e il Centro di accoglienza, dove una sorridente volontaria imprime il primo “sello” (sigillo, timbro) sulla nostra “Credencial”. La credenziale è un documento a fisarmonica che bisogna esibire ogni qualvolta si dorme in un “albergue”( dormitorio), dove i prezzi sono molto bassi, dai 5 agli 8 euro, e si vive davvero la vita dei “peregrinos” di Santiago. Da Saint-Jean quelli che vanno a piedi salgono per la “via alta”, un impegnativo percorso sui passi pirenaici sconsigliato in caso di maltempo. I ciclisti invece vanno per la “via bassa”, una strada nazionale che comunque si inerpica fino a un alto valico per poi ridiscendere a Roncisvalle, il luogo dove secondo la leggenda fu ucciso Rolando, amico e nipote di Carlo Magno. Discesa fino a Pamplona e poi Puente la Reina, in tutto un’ottantina di chilometri che io e Eliana ci risparmiamo, un po’ perché ci comoda così, un po’ per lasciare qualcosa di incompiuto a un’edizione successiva, che sarà pedibus calcantibus.
Si arriva dunque a Puente la Reina e si parcheggia la Touran proprio davanti all’albergue municipal, all’ingresso della cittadina. Si esibisce la Credencial e oplà, da adesso siamo proprio peregrinos. Appena dopo di noi, a due ragazze giapponesi viene detto dalla “hospitalera”:” No, ragazze, non c’è posto, è completo”. Dovranno andare a cercare altrove un posto per dormire, ma lungo tutto il percorso albergue, hostal, pensioni o hotel non mancano, anche se i prezzi un po’ o tanto salgono. Quello che mi stupisce è la tranquillità, la calma con cui le due ragazze, e poi altri pellegrini in successione per ore, accettano la notizia che l’albergue è completo. Succedesse a me, dopo una giornata di duro cammino, forse mi arrabbierei un po’, forse tirerei fuori la famosa frase:” Ma lei non sa chi sono io…”, accompagnata da sopracciglio ammiccante e tic alla mascella. E adesso la tappa fondamentale del viaggio: dalla Touran facciamo scendere le due mountain-bike, adeguatamente benedette dal re dei meccanici Giovanni, gli zaini e una serie incredibile di indumenti e oggetti di cui dovremo necessariamente fare una cernita; una scelta impegnativa e fondamentale, e importante è farla giusta. Nei racconti di pellegrini vecchi e nuovi, il peso e ingombro dello zaino sono determinanti per la riuscita o meno del viaggio. Dopo aver patito le pene dell’inferno ( si fa per dire), molti dimezzano il contenuto e fanno un pacco da inviare a casa o semplicemente lasciano il di più sul posto, e qualche spagnolo indigente sarà contento. Il massimo sembra essere 7-8 chili, oltre si paga dazio. Noi abbiamo per la bicicletta uno zainone a tre vani, due laterali e uno centrale sopra il portapacchi posteriore. Poi abbiamo uno zainetto ( e sopra un altro ancora) per i cestini anteriori, vicino al manubrio. In tutto circa dodici chili, ma abbiamo le ruote e la schiena libera. Resta in macchina circa la metà di quanto portato da Cividale.
La sera la viviamo da peregrinos, una cena frugale e a nanna prestissimo in un dormitorio da almeno quaranta letti. La mattina dopo, cigolii e rumori vari indicano che la gente si sta preparando per la partenza, e fuori è buio pesto. Sono le sei. Solo alle otto arriverà un po’ di luce, questo perché siamo molto a ovest rispetto a Cividale, e giorno arriva dopo; allo stesso modo, di sera il buio scende parecchio più tardi. Bel tempo, quasi caldo. Si pedala su e giù per le colline, alle volte sullo stesso tracciato dei camminanti, alle volte su strade asfaltate poco trafficate che corrono accanto. Facciamo circa 65 chilometri e arriviamo a Viana. Nella cittadina troviamo albergue e hostal completi, riusciamo a trovare posto in un hotel a 44 euro la camera. C’è una bella piazza centrale accanto all’antica cattedrale, tanti bambini che giocano, e ce n’è uno brutto e obeso su una biciclettina- giocattolo che passa e ripassa davanti a noi che sorseggiamo finalmente una schiumosa cerveza e mi guarda fisso con occhietti porcini non rispondendo ai miei scherzi e sorrisi amichevoli. Lo ritroveremo più tardi, durante la successiva passeggiatina per il centro: mi guarda torvo e non sorride neanche se gli faccio marameo. Se lo sogno stanotte, sarà un incubo. Ma parliamo dei bambini, con Eliana si ragiona e in tutto il viaggio in Spagna avremo la stessa sensazione: ce ne sono tanti, e sono FUORI. A giocare, a strillare, a fare niente o tutto, ma vivono una dimensione sociale all’esterno. Da noi, ci pare, non è così: i nostri bambini sono sempre dentro casa, probabilmente persi in solitari giochi con computer o affari simili. E non è bello, questo.
Per le vie di Viana camminano, lenti, spesso in sandali o ciabatte, con i nasi “spelati” e le gote violacee, testimonianze di ore e ore al sole, al vento o a qualunque genere di tempo atmosferico; si riconoscono subito, i pellegrini di Santiago. Si è in tanti, e ci si saluta sempre: Buen camino! Buen camino! Un sorriso complice, tra noi che stiamo facendo una cosa importante. La meta è laggiù, a ovest, dietro quelle montagne dove scende il sole e chissà quante altre montagne ci saranno in mezzo; ma non è neanche così, la meta è il camminare stesso, la meta la si vive passo dopo passo o per meglio dire pedalata dopo pedalata, come hanno detto in tanti e anche il grande Fabrizio De André:” Per la stessa ragione del viaggio viaggiare”. E già che siamo in vena di citazioni, tra le tante che leggo e sento ce n’è una che mi piace particolarmente:” Non sognare la tua vita, vivi i tuoi sogni”. Bella, neh?
I pellegrini sono di tutte le età, dagli adolescenti ai vecchioni di 70-75 anni e oltre. Molte le donne, anche da sole. Il fatto è che il Cammino di Santiago è diverso da tutti gli altri sentieri, qui è quasi impossibile essere davvero soli, uno o un gruppetto con lo zaino davanti o dietro in vista c’è sempre, e ciò dà sicurezza. La stessa sicurezza la danno le frecce gialle dipinte su marciapiedi, o muri, o alberi, alternate al simbolo del Camino, la concha-conchiglia, o a grandi pannelli ufficiali in lamiera; insomma, stando attenti a bivi e incroci e concentrati nei punti topici, soprattutto attraversando le città, è difficile perdersi. Se ciò succede, imperativo è tornare indietro fino a ritrovare i segni; inventarsi scorciatoie fidandosi del proprio intuito e senso dell’orientamento è il modo migliore per perdersi e mai più ritrovare il giusto percorso. Amen.
Oggi percorriamo stradine che si perdono all’infinito tra boschi e colline, mai in pianura ma sempre su balze che salgono ripide e scendono impegnative per i polsi che devono frenare. E’ fatica, fatica, su questi muli pesanti che sono le nostre Mtb. Ma si continua lo stesso, anche tutti i camminanti continuano lo stesso, ognuno ha le sue motivazioni, fisiche o religiose o spirituali o esistenziali. Nessuno è plateale, non ci sarebbe neanche la possibilità di dimostrare niente a nessuno. E’ una prova per se stessi. E chi bara prende in giro solo se stesso.
Da Viana a Ciruena sono circa 60 chilometri. Una meravigliosa tappa vissuta tutta sui sentieri del Camino, assieme ai camminanti, salite e discese non troppo dure e solo qualche breve tratto impegnativo. Nell’attraversamento di un piccolo fossato una francese di mezza età è caduta pesantemente al suolo, probabilmente inciampata in una radice, e si è presa una zuccata sulle pietre. Un attimo prima sorridente, buen camino monsieur, un attimo dopo una maschera di sangue. Per fortuna è una ferita superficiale, il gruppetto di amici la cura e la rianima, si ventila l’ipotesi di abbandonare… mai più, la donna si tira su con rinnovata energia, niente la potrebbe indurre a fermarsi; l’avventura può continuare.
Dopo una faticosa salita troviamo l’albergue a Ciruena, un paesetto piccolissimo e quasi deserto a poca distanza da un complesso architettonico di centinaia di villette a schiera, anch’esso quasi deserto. Il perché di tanto sforzo urbanistico non lo troviamo, attorno non c’è letteralmente niente, non un fiume, non un lago né montagne, solo basse colline e campi, boschetti… ma sì, forse è proprio questo Nulla che la gente delle città cerca per un momento di evasione dalla frenesia.
Ci accoglie l’hospitalero, che poco dopo mi urla contro con veemenza perché sono uscito dalla doccia con i sandali bagnati. Ora, non è che io esca sempre da una doccia con i sandali bagnati. E’ che non voglio prendermi i funghi, ospiti indesiderati di docce troppo frequentate e magari poco pulite; e non sono neanche commestibili. Così mi prendo il cazziatone da questo energumeno che brandendo uno straccio segue se mie orme colpevoli, faccio il finto tonto (neanche tanto finto) e mi prendo assieme a Eliana il meritato riposo, sole, caldo, una birra, silenzio, contemplazione e meditazione. Il Camino smuove qualcosa dentro , l’ho sentito mille volte. E la mia componente cinico-ridanciana aggiunge: “Infatti devo subito andare in bagno”.
Altri pellegrini continuano a passare, fanno ancora qualche chilometro; tra loro, al guinzaglio di una donna, un bel cane bianco, particolarmente ammirato perché anche lui ha i suoi bravi zainetti, uno per lato sulla groppa,come un vero peregrino. Eliana commenta: “ E’ il miglior compagno”. Concordo. Gli uomini possono essere dei rompiballe pazzeschi, noie infinite, è comprensibile che tante donne vogliano andarsene via da sole o accompagnate dall’amico quadrupede. Se poi, come questo, collabora al punto da portarsi le sue cose da solo, meglio ancora.
La cena è comunitaria, in questo piccolo albergue. La zuppa di lenticchie è preparata dall’hospitalero Pedro, l’energumeno di prima, un tipo che dice di se stesso “ la mi cara es seria, ma yo no soy serio”, il mio viso è serio ma io non lo sono. Incute soggezione, c’è un silenzio tombale, i pellegrini arrivano da ogni parte del mondo, accanto a me siede una canadese francofona. “ Vive le Quebec libre!”- le urlo, tanto per movimentare l’atmosfera. E’ la parola d’ordine dei francofoni canadesi, il loro motto indipendentista. Sobbalza, non sa se può ridere, Pedro potrebbe arrabbiarsi. Dall’altra parte c’è un’australiana, me ne accorgo perché è l’unica di cui non capisco una parola. Eppure parlo inglese, per qualche anno (sic) ho fatto il prof di quell’idioma selvaggio, dovrei capirci un acca. Invece niente. Capisco un giapponese, un tibetano, un africano, ma l’australiano è fuori dalla mia portata, e rinuncio. Non si può tergiversare, incombe la seconda serie di cene ( c’è solo un tavolo e siamo in troppi) e noi, il primo gruppo, uscendo in fila ordinata dalla cucina ( io mano nella mano con Eliana) ci rifugiamo nel salone a piano terra o fuori, al buio a pregare o più probabilmente a sparare messaggi nell’etere. Su uno scaffale ci sono dei quaderni con le riflessioni scritte da pellegrini passati di qui nei mesi e anni scorsi. Un italiano ha scritto:” Qua c’è un tipo che ci ha scassato le palle tutto il tempo”. Sono certo di sapere a chi si riferisce.
Vabbè, si va a nanna e qui arriva il clou della giornata, lo spettacolo del “roncador furioso”. Siamo in una stanzetta da cinque e accanto ce ne sono altre altrettanto piccole e discrete, si dovrebbe dormire abbastanza tranquilli. Ma nessuno aveva fatto i conti con questo ciccione del Maryland. Si mette nel letto e un attimo prima di toccare il cuscino con la testa incomincia a rumoreggiare, ma ancora soft. Piano piano decolla in un crescendo di rumori di basso, di medio e di alto. Poi variazioni orrende, soffi, grugniti, risucchi, è una vergognosa parata di rumori sconci che ci troviamo a dover gestire in un letto a due metri da noi. Si tossisce, si sbraita, si batte le mani, si tirano pallottole di carta igienica, intanto passano le ore, noi tutti siamo svegli e intanto lui dorme. A un certo punto della notte, ma saranno già le prime ore del mattino, un altro americano, Buster, nostro compagno di stanza con la moglie Karen, si avvicina al letto del ronfatore furioso, lo sveglia e gli dice a bassa voce alcune cose, non so cosa esattamente, non ho confidenza con le minacce di morte in slang yankee, fatto sta che il ciccione si alza e, abbracciato al suo cuscino, va a dormire giù in sala-lettura. Ma ormai la notte è andata, già Pedro sta facendo un baccano del diavolo con piatti e stoviglie per le colazioni e addirittura mette un disco di musica classica, Chopin penso, che come sveglia è il top. Fuori è buio pesto ma lui accende tutte le luci…diamine, sono già le sei, i pellegrini devono alzarsi! Meglio non scaldarsi. Buen camino, buen camino a tutti.
I camminanti sono già da un pezzo sul percorso, nell’aria frizzante e col chiarore che prende possesso del mondo, noi siamo in sella alle nostre biciclette alle otto quando non c’è più pericolo di saltare qualche indicazione. Arriviamo prestissimo a Santo Domingo de la Calzada, di gente locale neanche l’ombra ancora, e via per il Camino, stupendo zigzagante tra le alture, dove tutti i colori sono accesi e tutto ciò che ci circonda è un trionfo di energia. A un certo punto le salite si fanno più impegnative, il libretto dice che ci stiamo avvicinando ai monti dell’Oca e decidiamo di continuare per la strada asfaltata, una nazionale che si rivela parecchio trafficata e anche pericolosa e molto faticosa, per le nostre bici pesanti. Incontriamo un altro pellegrino-ciclista, un norvegese-vichingo che ha uno strano modo di andare avanti: pedala veloce per dei tratti e poi si ferma, cosicchè ci incontriamo spesso. Avrà una cinquantina d’anni ma quando sorride sembra un bambino; il Camino sta davvero facendo il suo effetto.
Dopo la discesa per fortuna troviamo una strada bianca parallela e arriviamo a Burgos. E’ una grande città, con un po’ di difficoltà riusciamo ad arrivare nella zona centrale pedonale e schivando gruppi di pellegrini , turisti e ammassi di birromani locali ci fermiamo all’albergue municipale. Brutta sorpresa: è pieno. Sentiamo dire in giro che in città, fino all’estrema periferia, è tutto pieno, dagli albergue agli hotel più cari. Sbuca da un albergo a cinque stelle un signore in giacca e cravatta che afferma di avere un’ultima stanza, a centoventi euro! “ Sì ma per la stanza o per ciascuno?”- lo sfotto. Mi pare intuisca un tono in certo qual modo ironico, e torna al suo hotel impettito e indignato, pronto a tentare di spennare qualcun altro. C’è gente dappertutto, notiamo dei peregrinos disperati perché ormai è metà pomeriggio e finché non si sa dove passare la notte non è il caso di mettersi a riposare né consultare il libretto per ricordare le caratteristiche del percorso di domani.
La decisione è presa: se Burgos non ci vuole, noi non vogliamo Burgos. Burgos addio, non ci meriti! Prima di andarcene verso la periferia, passiamo davanti alla famosa cattedrale. Sì, bella è bella, alta, pura, slanciata, con le guglie filigranate…ma a noi piacciono le cose più piccole, discrete, lontano dai fasti e dal caos. Senza rimpianti siamo nella campagna, una stradina secondaria che porta i conosciuti segni del Camino e ci fa arrivare prima del tramonto a Tardajos, un paesino dove è segnalata la presenza di un albergue. Speriamo non sia completo. Non lo è. Il gestore è un prof, un volontario che gentilmente dedica il suo tempo libero ai peregrinos. Non c’è neanche una tariffa per dormire, è uno dei posti che funzionano “ a donazione”, come un tempo. Comunque nessuno depone nell’apposita cassetta meno di cinque euro, si tratta di una donazione, non è gratis. Mentre bevo una cerveza al bar di fronte, una televisione trasmette una partita di calcio. Tutt’un tratto strabuzzo gli occhi: ma quello lì sembra… ma sì, è proprio lui! Lionel Messi mette a sedere un paio di difensori con un unico dribbling, si incunea in uno spazio millimetrico tra un nugolo di avversari, spara un sinistro che il portiere non vede partire, figuriamoci arrivare. E infatti va in fondo al sacco. Messi alza gli indici e gli occhi al cielo… Mi rendo conto, mi ricordo che siamo in Spagna, qui il Barcellona se lo vedono tutte le settimane, il Real Madrid e Cristiano Ronaldo sono presenza consueta… mi sveglio di soprassalto dal torpore pallonaro, non sono qui per vedere la televisione, sono qui per il Camino.
Se devo ( e voglio) fare un primo bilancio, è positivo. Sono felice di stare in bicicletta tutto il giorno e mangiare pane e olive e cetriolo a pranzo guardando il panorama da un prato, di avere il tempo per pensare, di guardare gli altri che procedono lentamente sapendo come me che la meta è esattamente quello che stanno facendo in questo momento. Sì, c’è Santiago laggiù, ma non è poi così importante. Sono felice di vivere una sorta di parentesi dove sono bandite vecchie abitudini che poi so essere droghe, trappole, prigioni grigie e intanto là fuori la vita è pura e azzurra, basta cambiare punto di vista…
A cena ci dedichiamo un “Menu del peregrino” da nove euro, inclusa è un’intera bottiglia di vino “tinto”, vino rosso. Ce ne portiamo via metà in una borraccia, servirà per il pranzo di domani.
Oggi il panorama è grandioso. Si attraversano gli spazi sconfinati della meseta, un altopiano ondulato dove il silenzio è padrone e solo il vento muove l’universo. Ci sono nuvole, a tratti. Niente a ingombrare la vista. Spesso superiamo uno o più camminanti, lungo il sentiero in terra battuta. Ci scambiamo sguardi di comprensione. Siamo tutti intimiditi da tanta pura bellezza, le parole sono un di più. Dopo un pendio, a volte appare la guglia di un piccolo campanile e poi tutto il paesino: sono comunità nate in basso, nella concas, non sui cocuzzoli come da noi: è per ripararsi dal vento, incessante, violento. C’è moltissima gente lungo il Cammino, speriamo di non ripetere il “tutto com pleto” di Burgos. Arriviamo a Castrojeriz, dover mangiamo su una panchina un ottimo pranzo al sacco a base di frutta e verdura. Ma incomincia a piovere. Poncho, k-way, teli anti-pioggia per gli zaini. Non è tanto bello, sta anche diventando freddino. Così decidiamo di cercarci un posticino per la notte qui, anche se è appena l’inizio del pomeriggio. C’è un campeggio, ci sistemiamo in un bungalow che sembra un hotel a cinque stelle, dopo le sistemazioni dei giorni scorsi. Saliamo alle rovine di un castello medievale, pannelli illustrati spiegano la storia; qui come dappertutto se le sono date di santa ragione, tra cristiani e musulmani. Niente di diverso da quanto capitato in ogni piccolo sito di questa disgraziata Terra, dove se non è violenza e sopraffazione di A su B è senz’altro di B su A, e in rari momenti di bonaccia la lotta è all’interno di A e di B. Per fortuna ogni tanto fa capolino C, e allora nasce un Cristo, un Budda, un saggio.
Al castello incontriamo una ragazza danese, sta facendo il Camino da sola. E’ coraggiosa e determinata, come tutte le donne che affrontano questa lunga avventura in totale autonomia.
Il giorno seguente il padrone è il vento. Vento, vento, vento. Naturalmente, contro. Quando riusciamo ad alzare la testa, stravolti dalla fatica, notiamo che stiamo attraversando panorami favolosi, dove il Nulla ìmpera. Mi viene da pensare:” Beh, per fortuna gli alberi proteggono dal vento. Il fatto è che non ci sono alberi”. L’orizzonte è immenso, e implacabilmente immobile: non si va avanti, non si riesce ad andare avanti. Anche nelle discese, se non si pedala furiosamente non ci si muove. Lo sterrato è buono come sempre, una linea verso l’infinito.
Ci si ferma a Calzadilla de la Cueza, all’hostal Camino real. Il paesino è piccolo piccolo, minuscola isoletta nell’oceano della meseta. La birretta pre-cena facilita i riassunti interiori. La salute di ambedue è ottima, il morale è alle stelle, il Camino mi sta piacendo tantissimo. Per i panorami, per la fatica, per tutta questa gente con lo zaino e alcuni in bicicletta, ci si saluta, buen camino! E si va, ognuno col suo passo, con le proprie motivazioni e i propri pensieri. Ognuno è se stesso e cammina. Tanti soffrono, lo si vede da come camminano, ma vanno avanti. Chi glielo fa fare? E’ gente normale, ognuno con i propri problemi; cercano nel Cammino una risposta, nel camminare un lenitivo. Certo, c’è chi prende un bus, un taxi, chi magari non ne può più e molla. Ma ognuno è ammirevole. Anche noi lo siamo, ci facciamo tenerezza a vederci dall’alto, con le nostre due biciclettine che finora sono andate avanti perfette. Ho davanti la meseta verde-gialla e il sole del tramonto è pallido e fa freschetto, ho addosso anche la giacca pesante Terramia, ricordo di una mitica “Istria a tappe” di qualche anno fa.
E arriva anche la pioggia. La mattina inizia con il vento, naturalmente contrario, e non faccio in tempo a pensare “beh, almeno non piove” che incomincia a piovere. E’ insistente, sferzante, e bagnata. La temperatura si abbassa considerevolmente, viaggiamo sui 5-6 gradi. La strada asfaltata corre parallela al sentiero dei camminanti con pochissimo traffico e pedaliamo comunque, facciamo sui 65 chilometri senza tanti pensieri trascendentali ma con un unico obiettivo: pedalare, pedalare. La mente si ferma, si svuota. E’ proprio questo il bello, sperimentiamo la zen-pedalata. Sono consapevole di ogni gesto che faccio, visualizzo il cuore che pompa, i polmoni che si alzano e abbassano, il sangue che scorre veloce e pimpante… e anche le cosce che dolgono, le ginocchia che cigolano. Vivere il momento ( mamma mia, come sono originale).
Arriviamo a Mansilla de las Mulas, alloggiamo all’albergue Jardin del peregrino, impensabile andare più avanti. Il nostro principale pensiero è appendere bene in ogni posto possibile le cose bagnate, indumenti e zaini compresi, e aspettare che si asciughino. Il problema è che non si asciugano, anzi più il tempo passa più sembrano bagnati. Nella sala centrale incontriamo un pellegrino emiliano, 74 anni, bello, gran parlatore, non dimostra la sua età. Nome? Italo. Gli ho detto:” Io ho un padre di nome Italo, ma non l’ho mai conosciuto. Forse sei tu, hai dieci anni più di me, da come ti vedo mi sembri parecchio precoce…”. Lui non risponde, va a un altro tavolo dove parla francese a un francese, inglese a un inglese e tedesco a un tedesco prima di chiedere informazioni in spagnolo corretto all’hospitalero e dare suggerimenti per le prossime tappe a due vietnamite, con accento marcatamente del nord, avendo Egli intuito che sono pronipoti di vietcong. Lo guardo con affetto; sì, forse è proprio lui, quel briccone.
La mattina dopo tutti ci svegliamo ancora col buio, come sempre, e in tutti c’è la domanda: oggi pioverà? Ma i pellegrini di Santiago non li ferma nessuno, controllano che la conchiglia penda bene dallo zaino, indossano il poncho, un caffè americano ( qui lo chiamano così, è una specie di caffè lungo) alla macchinetta e via. Noi aspettiamo un po’ di luce, prendiamo le care biciclette e notiamo, appena dietro l’angolo, che c’è un vento della Madonna, e stavolta Bernadette non c’entra. In questa Castiglia y Leon il vento non ha niente da invidiare alla bora nera triestina che conosciamo così bene. E’ un vento tremendo. Passano le ore ma non passa lui, noi piano piano andiamo avanti lungo uno sterrato accanto alla Nazionale trafficatissima . A metà mattino siamo a Leon e c’è il sole, il vento fortissimo ha spazzato via le nubi. La cattedrale è bella, ci sono grandi vetrate e immaginiamo che dentro sia uno spettacolo, ma c’è un biglietto da pagare, in fin dei conti non è che ci interessi più di tanto; ci interessa di più continuare a pedalare. L’uscita dalla grande città è bruttissima, tra zone industriali, autostrade, salite, terreno molle per le piogge di ieri e il ventaccio che aumenta ancora. Vabbè, mi dico, almeno non piove. Ecco invece le prime gocce, poi le seconde e poi tutte le altre. Un vero acquazzone, è il caso di dire che piove sul bagnato, non fortissimo ma abbastanza da rendere fradicio tutto quello che ancora non lo era. E’ qui che si vede il vero pellegrino, continuo a dirmi, è qui che si dimostra che un vero cambiamento interiore è in atto. Per fare una battuta delle mie dovrei dire che ho incominciato a bestemmiare in tutti i dialetti esistenti tra la Navarra e la Galizia, invece ho proprio mantenuto la calma, così come Eliana che anche in questo difficile frangente si è comportata proprio bene.
Arriviamo in un paesino zuppi e infreddoliti, una ventina di chilometri prima di Astorga, all’albergue da 5 euro la notte ci fermiamo non solo per riposare, ma anche per far asciugare le nostre cose, oltre alle nostre anime. Fuori è inutile andare, il paesino è assolutamente nullo, case basse e tutte come disabitate, ma il tutto ha il suo fascino: il fascino dell’orrido. L’albergue però è gradevole, si sta bene, si passa il tempo a conversare, leggere, meditare, pregare, far niente, anche questo è importante…siamo a 300 chilometri da Santiago.
Dopo una colazione francescana oggi si parte prima, col buio: basta seguire qualche zaino in movimento o i ticchettii dei bastoncini sul selciato, il popolo di Santiago come sempre è in movimento. Il tempo sembra migliorato, ma fa freddo. Non c’è né pioggia né vento. Un po’ di nuvole mattutine e poi, sul mezzogiorno il sole, il sole col cielo azzurro, il sole caldo. Fino ad Astorga il Camino è parallelo all’asfalto. Astorga è una bella città al cui centro si accede, non poteva essere diversamente, dopo una salita frantuma-gambe. C’è una cattedrale e un fantastico palazzo di Gaudì, tutto pinnacoli e torrette. Il genio della Sagrada Familia di Barcellona non si smentisce mai, ogni sua creazione ha il pregio di stupire sempre. Poi si sale, si sale moltissimo. Si sale ai 1500 metri della Croce di Ferro, il punto più alto del Cammino. Lungo i tanti chilometri di salita, anche una scena toccante: un ragazzo, circa trent’anni, barba e capelli lunghi neri, cammina velocemente con uno zainone sulle spalle spingendo una carrozzella. Avvicinandoci da dietro, lentamente a causa della salita durissima, vediamo che, seduta, c’è una giovane donna, carina, paralizzata alle gambe; anche la sua carrozzella ha uno zaino con la conchiglia. Penso che le gocce di sudore sul viso del ragazzo sono grani di rosario, che il sorriso dolce della ragazza che risponde al nostro saluto è lo sbocciare di una rosa, che la loro determinazione ad andare avanti costi quel che costi è ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Buen camino, con le lacrime agli occhi per la commozione.
Alla Cruz de Hierro, dove per tradizione si porta un sasso da aggiungere alla montagnola ( siamo tutti parte di un grande progetto), tanti turisti francesi pesantini e anzianotti. Con una corriera sono arrivati al paesino di Foncebadon, a due chilometri dal passo della Croce, e ora a piedi raggiungono il culmine. Una signora cicciottella, dopo averci lusingato per la nostra performance su una salita così impegnativa su sterrato, ci dice:” Nous aussi nous sommes des athlètes, nous on se promène et quelquefois on va en bus (anche noi siamo degli atleti, camminiamo e qualche volta si va in corriera). Lei vede il lato positivo ed eroico delle situazioni che la riguardano, ciò è buono. Due anziani, sembrano marito e moglie, si appartano in un angolo della grande spianata dove c’è una cappelletta e si mettono a piangere… quanto dolore, quanto complessa è la vita…
La discesa è ripidissima, ci fermiamo al paesino di El Acebo, sembra di essere nel cuore delle Ande, di aggettivi per i panorami che prendono occhi e cuore è inutile sprecarne, basta cercare tra i sinonimi di “meraviglioso, toccante, suggestivo…”.
Nel giorno seguente continua la discesa ripidissima e freddissima fino a Ponferrada, dove c’è un antico castello dei Templari che aggiunge suggestione a una città già suggestiva di suo. Qualche anno fa, io e Eliana siamo partiti da qui a piedi, durante le vacanze di Natale; l’esperienza è stata diversa, eravamo letteralmente gli unici pellegrini sui sentieri gelati e ostelli deserti del Camino, preceduti soltanto di un giorno da una famigliola che descriveva le inusuali impressioni nel registro all’ingresso degli albergue e che poi abbiamo incontrato per caso nelle strade di Santiago.
Un po’ di difficoltà a uscire dalla città, poi percorriamo un territorio molto ondulato e urbanizzato. Il tempo si mantiene bello, cielo azzurro e caldo. Dopo Villafranca del Bierzo, salita. Dopo Vega la salita si fa dura, durissima su strade solitarie e spietatamente pendenti all’ingiù. Lasciamo il sentiero, impossibile da percorrere con le nostre biciclette pesanti, e saliamo faticosamente verso il Cebreiro. Sembra arrivare e non arriva mai. Saltano anche i nervi, Eliana a un certo punto non ce la fa più. Come in altri momenti troppo duri, esce ora allo scoperto la mia anima missionaria e il mio grande amore per la mia metà. Vado due-trecento metri più avanti, appoggio la bicicletta a un guard-rail o per terra, che sembra un elefante accasciato, torno indietro a piedi verso il mio angelo custode che arranca sbuffando o imprecando spingendo a mano la ingrata due-ruote( ingrata perché non va su da sola, nonostante Santiago e il suo carico di spiritualità). Con un sorriso smagliante le tolgo il manubrio di mano e le dico:”Descansate, my amor”, riposati amore mio; appaiati come due tortorelle arriviamo alla mia bici, continuiamo per un altro centinaio di metri e gliela riconsegno come le offrissi una rosa, prima di ridiscendere ancora e poi ricominciare. Ammetto che tutta questa solfa, se ripetuta troppo spesso, possa dare sui nervi. Invece quello che ricevo è quasi sempre un sospiro di sollievo e un grazie con un filo di voce.
Se Dio vuole arriviamo ai 1300 metri del Cebreiro, un luogo mitico del Cammino; il villaggetto antico originario però è un ricordo e, soprattutto, è completo. Tutti gli albergue, hostal, pensioni sono già occupati, e come dappertutto dove la ricchezza piove troppo copiosa non troviamo tra i professionisti dell’ospitalità né comprensione per le nostre facce stravolte né gentilezza, Anche se è già metà pomeriggio si decide di continuare, d’altronde non si può fare altro; troveremo sistemazione più in basso. Mi aspettavo discesa, in genere arriva dopo il punto più alto. Ma non avevo letto bene il libretto: dopo il passo del Cebreiro ci sono altri due passi, uno più impegnativo dell’altro. Intravediamo lassù sulla destra quasi in cielo una strada che continua a salire ma sembra su un’altra montagna, oltre un profondo vallone. Avvicinandoci, la speranza svanisce: è proprio là che dobbiamo andare, sull’ultimo passo, l’Alto do Poio, poi sarà veramente tutta discesa e sarà Galizia, la regione di Santiago de Compostela.
Eliana è distrutta e anch’io sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump. Ormai il tramonto è diventato sera, eccoci al passo, c’è un albergue proprio nel piccolo slargo sul crinale sommitale , la nostra ultimissima chance. Poi, ci sarà posto solo per disperazione e orrore. Con fare noncurante entro, il posto è spartano, un sacco di gente seduta ai tavoli fa conversazione, legge, medita, insomma quello che fanno i pellegrini con un tetto sulla testa, una doccia per lavare via il sudore, un materasso per il corpo dolorante. Un uomo, il Dio da cui dipende il nostro prossimo futuro, si avvicina. Un sussurro:” Teneis dos camas por favor?”. La sua risposta è:”Sì”. Uuuuh uuuuh, ha detto sì. Corro da Eliana che mi aspetta fuori trepidante come un capriolo ubriaco, la sua faccia finalmente si distende. Siamo salvi. La birra che segue la doccia scende in gola che neanche ce ne accorgiamo, occorre una pronta replica per rassicurarci che è vera. La cena è sublime, cibo per gli Dei, anche se notiamo che la sistemazione è da rifugio di montagna, di quelli poveri. Di fronte a noi si siede un’americana sulla cinquantina, come sempre ci si racconta un po’ di noi stessi. E’ sola e cammina da qualche giorno con una tedesca più giovane; ha mal di testa e da giorni va avanti con pastiglie per non sentire i dolori ai tendini, alle caviglie, alle ginocchia, alle spalle…. E’ arrivata qui in taxi: al Cebreiro ha trovato anche lei tutto occupato, domani si farà riaccompagnare indietro per riprendere il Camino dove lo ha lasciato. Ma secondo noi non ce la farà, è troppo stanca, prostrata e rischia un’intossicazione da farmaci. Questa storia dei farmaci la sentiamo troppo spesso, già molti parlando delle proprie condizioni fisiche ammettono di far uso di anti-infiammatori o altre pasticche per tenere a bada tendiniti e mali vari. No, non va bene. Secondo me il fisico ne risentirà per parecchio, troppo tempo. Bisogna avere il coraggio di mollare o, siccome spesso i dolori arrivano non tanto per la camminata quanto per il peso dello zaino che inficia un deambulare regolare, approfittare di una trovata geniale, che da qualche anno ha preso piede. Dei furgoni ti portano lo zaino per la destinazione che vuoi, costo 5 o 7 euro al giorno, così ti trovi a camminare leggero pensando solo a godere della esperienza, senza pesi che ti rendono impossibile la vita. Tu il Camino lo fai lo stesso, non ti risparmi un metro della distanza; sì, è un espediente che questa società consumistica ti mette a disposizione, ma non è una scorciatoia, tu devi comunque essere allenato e determinato per fare a piedi gli 800 chilometri fino a Finisterre. Secondo me è fattibile, è Camino de Santiago by fair means, non è come l’ossigeno sullEverest.
Materasso umido e letto cigolante? Questo è un five-star-hotel, ragazzi!
Il sole sorge sulle cime più alte della Galizia, le nostre bici filano veloci verso il basso e fa freddissimo, senza guanti invernali non sarebbe possibile proseguire. A un certo punto dobbiamo proprio fermarci per ammirare il creato. E’ come da un aereo, con le cime boscose bagnate dal primo sole e sotto un oceano di nubi, laggiù. Sicchè dopo un po’ laggiù ci arriviamo, e ci troviamo in un’atmosfera lattiginosa talmente densa che non vediamo a dieci metri di distanza. Con tanta cautela ma anche con intima soddisfazione perché ce la stiamo facendo (l’ultima grande montagna è alle nostre spalle) arriviamo a Samos, dove c’è un enorme monastero immerso nella nebbia e poi a Sarria, la cittadina di fondovalle.
E’ quasi fine di mattinata e ancora il cuscino di nuvole basse rende l’atmosfera sgradevolmente umida. Dei cittadini locali ci dicono che qui è sempre così, eccetto un paio di mesi estivi. Il nostro Friuli col suo clima non proprio caraibico ci pare un Shangri-la. Dopo mezzogiorno finalmente il sole prende il sopravvento, e il cielo è azzurro terso. Facciamo parecchi chilometri di sentiero assieme ai camminanti che sorpassiamo come sempre rispettosi e amichevoli, ma in certi punti il tracciato si fa aspro e disagevole così optiamo per la strada asfaltata. Arriviamo così a Portomarin, dove un invaso artificiale ha sommerso l’antica città di cui si intravedono alcuni resti come malinconiche isolette deserte. All’albergue municipal l’hospitalera ci dice che dobbiamo aspettare le 18 per essere registrati, dato che siamo in bicicletta ( è una regola del Camino, o almeno della sua ultima parte, che dà la precedenza ai camminanti), ma lì vicino c’è un hostal privato dove per pochi euro in più ci sistemiamo da papi. L’umore e la salute sono ottimi. Passeggiamo per il centro. La cittadina vive economicamente del Camino, e come dappertutto c’è una statua di un viandante con bastone, zucca (faceva le funzioni di borraccia, una volta ripulita dell’interno e essicata) e sacca che avanza faticosamente ma con l’espressione felice verso la meta, indicata da una mano puntata a occidente. Meta, aggiungo, che è a meno di 100 chilometri.
La mattina è tipicamente galiziana, cioè nuvole da tagliare a fette. Poi migliorerà. Il percorso invece resterà uguale per tutta la giornata, e cioè durissimo. A considerare l’altimetria della tappa non sembra, ma i continui violenti strappi e saliscendi ammazzano, magari non tanto giovani leggeri ma senz’altro due over-60 pesantemente bardati. A un certo punto tra i boschi di eucalipto della Galizia, sotto un cielo meridiano azzurro e un caldo sole, un urlo rompe la quiete. “Perchè! Per chi! Santiago…fanculo!!!”. Eliana non ce la fa più. Va avanti, non molla mai, ma la sua espressione è da tregenda. Io la conosco, in questi momenti il mondo è paralizzato dal terrore. Me ne sto zitto zitto, abbasso le spalle per essere meno visibile , la aiuto nei momenti più duri come ad esempio quando dopo essere scesi per sentiero fortemente sconnesso fino a un ruscello, la riva opposta si inerpica quasi verticale per un pendio che appare interminabile. Luogo tra l’altro assolutamente magico, sembra che elfi e fate ci accompagnino nel folto del bosco. Ma basta un ammorbidimento dei dislivelli e il sorriso ritorna, la felicità esplode di nuovo contagiosa e ci si guarda come due complici. Siamo consapevoli di stare vivendo un momento stupendo della nostra vita. Sbuchiamo fuori dal bosco, prendiamo la via asfaltata ( sempre su e giù, comunque) e arriviamo a Pedrouzo, a venti chilometri da Santiago. Nella camerata-dormitorio l’atmosfera è come dappertutto, sobria e rilassata, e il sonno è facile.
La mattina, inforchiamo le bici un po’ emozionati: questo è il giorno di Santiago. Ma l’arrivo non è certo facile; dopo le normali salite continue e pazzesche ( ci sono anche le discese, ma purtroppo durano così poco) c’è il monte Gozo da superare, con il suo mega-complesso architettonico costruito in occasione della visita di papa Woitila. Gozo significa giubilo, beatitudine, e il monte è chiamato così perché da questa altura si poteva finalmente guardare la meta, dopo tante fatiche, addirittura intravedere la cattedrale. Non così adesso, la città è cresciuta enormemente e palazzi e zone industriali la nascondono. Periferia da grande città, frastuono, traffico. Ci sorbiamo tutto questo con estrema calma, seguiamo con attenzione il susseguirsi delle conchiglie e delle frecce gialle; stiamo arrivando. Alla Puerta del Camino smontiamo di bici ( non potremmo comunque fare diversamente, è pieno di gente, tra pellegrini. locali e turisti). Basta seguire la marea umana e ci troviamo in poco tempo nella grande piazza dell’Obradoiro. Davanti a noi la cattedrale, le sue famose guglie ( per la verità una è nascosta da ponteggi, lavori di manutenzione e pulizia), i bivacchi di pellegrini che vogliono concedersi il lusso di una pausa sdraiati sul selciato o seduti, contemplando la suggestiva facciata, lassù tra le guglie la statua di Santiago come in una cappelletta aerea, soprattutto respirando l’atmosfera di una situazione esistenziale così intensa. Un fremito in tutti. Certo, ora bisogna trovare una sistemazione per la notte, ci sono ancora 90 chilometri per Finisterre, ma non si può negare che un senso di appagamento e di soddisfazione pervada tutti .
Dopo aver trovato un albergue a buon prezzo a duecento metri dalla cattedrale ( ci aveva segnalato l’indirizzo la hospitalera di Pedrouzo, gentilmente prenotato i posti via telefono), e comprato un pranzo al sacco in una alimentacion, eccoci ancora in piazza de Obradoiro. Seduti, la schiena appoggiata alle colonne del palazzo della Regione da cui escono burocrati pingui e fumatori, prepariamo il pranzo: pane, formaggio di capra ( ogni tanto i vegani diventano vegetariani, per pura sopravvivenza!), olive, uva; e, da bere, una bottiglia -leggasi: bottiglia- di vino tinto, il buon vino rosso galiziano. Ah, questo è davvero gaudio totale.
Poi le passeggiate da turisti normali, non prima di aver ottenuto la Compostela, ottenuta al prezzo di una coda di quasi due ore. Ma questa carta riproducente un’antica pergamena scritta in latino e attestante che abbiamo compiuto il Cammino, è troppo importante anche se è solo un simbolo, quello che conta veramente è quello che proviamo nei nostri cuori. Negozi e consumismo, ma stiamo talmente bene che li accettiamo con filosofia. Seduto su un gradino di una scalinata laterale, mentre Eliana sta scegliendo cartoline, mi viene in mente una scena con San Pietro
dalla lunga barba bianca che mi dice:” Bene, ora che hai la Compostela ti sei guadagnato cent’anni di meno di purgatorio”. Io ho la faccia felice, ansimo e saltello per la felicità come Paolo Villaggio in un film di Fantozzi, poi ho un ripensamento e dico:” Sì, ma su quanti?”. Qui il santo cambia espressione, si rabbuia e fa, diffidente:” Questo non posso proprio dirtelo”. Io-Fantozzi faccio aaahh e mi piego all’indietro, confuso in eterno.
La cattedrale è davvero favolosa, durante la messa vediamo in azione gli addetti al “botafumeiro”, un enorme incensiere condotto con delle funi per tutta la lunghezza della navata; adesso è solo una tradizione, ma una volta tutto quell’incenso serviva a coprire gli odori non proprio gradevoli di centinaia o migliaia di pellegrini che giornalmente pregavano, si riposavano, addirittura dormivano nella cattedrale. Anche di sera la piazza è fantastica, con i riflettori bianchi puntati sulle guglie che le fanno apparire come una nave spaziale, e gruppi di pellegrini che continuano ad arrivare e si sdraiano, stremati e appagati, a guardare e farsi guardare. Ma Santiago è anche, è tanto, consumismo spirituale e ce ne andiamo con sollievo.
Per Finisterre non c’è che da seguire le consuete conchiglie per terra e le frecce gialle, che partono proprio da davanti alla cattedrale. Il primo tratto la facciamo su strada, e non è bello, così pieno di traffico. Naturalmente continuano le famigerate salite galiziane. Poi si ritrova il Camino e i camminanti, sicure luci con lo zaino e andatura calma, e si seguono stradine asfaltate tranquillissime, tutto è perfetto anche se fa freschetto e talvolta pioviggina.. Arriviamo a metà pomeriggio nell’antico paesino di Olveiroa, dove le case di un’intera stradina sono diventate albergue municipal. Qui proviamo l’inusuale esperienza di dormire accanto alle care biciclette: infatti, forse in un antico fienile dal tetto alto e adibito a dormitorio coi letti a castello, c’è una rastrelliera, e il manubrio, il ferro, il portapacchi e il cestino fungono per una volta da stenditoi; sentiamo che i nostri indumenti umidi sono orgogliosi di tale sistemazione. Nella passeggiatina di tardo pomeriggio andiamo alla Capilla de Santa Lucia, dove c’è una fonte che tradizione dice avere proprietà miracolose. Quando chiediamo informazioni sicure su come arrivarci, a un vecchietto un po’ ingrugnito racconto che andiamo alla fonte perché sappiamo che quell’acqua fa i miracoli. Lui pare come risvegliato, indispettito se ne va via mugugnando “ Figuriamoci se quell’acqua fa i miracoli!”.
Noi ci andiamo comunque e davanti a quella fonte, in quel posto isolato, da eremiti, tra boschi ,campi e stradine bianche che si perdono zigzagando tra le alture, ripenso a quella massima secondo cui ci sono due tipi di persone: quelle secondo cui niente è un miracolo, e quelle secondo cui tutto è un miracolo. Prego per essere nel secondo gruppo; qualche volta mi accade di essere un tantino spirituale, di dimenticare che di fondo, nei momenti peggiori, sono disperatamente cinico e mi sento del tutto inadeguato: come marito, padre, figlio, uomo.
E giunge il giorno di Finisterre. Pioggerellina la mattina, poi il sole. Salite, salite e poi…laggiù, cos’è quel blu intenso? Ma sì, è la costa, il mare, l’oceano. Arrivati dopo la discesona a cittadine che sembrano Lignano, il Camino poi prosegue sulla strada nazionale che taglia un promontorio boscoso e per farlo sale, sale, sale fino a uno slargo dove la vista, appunto, si allarga. Laggiù, Finisterre, l’antica Finis Terrae, dove la terra finiva e incominciava l’ignoto. Prima della cittadina c’è la lunga spiaggia bianca di Langosteira, dove i pellegrini raccoglievano la conchiglia a ricordo e testimonianza ( per se e per gli altri) di aver compiuto il Cammino fino alla fine. Queste sono le conchiglie originali, non quelle di plastica vendute nei negozi dai Pirenei all’Oceano Atlantico.
Naturalmente Eliana ed io, dopo esserci sistemati in un comodo albergue centrale, ci fiondiamo con i piedi dell’acqua che è piuttosto freddina (ormai siamo nella seconda metà del settembre 2015) e sulla spiaggia scegliamo le conchiglie più belle. Poi la passeggiata al faro di Cabo Finisterre al tramonto, e anche in questi tre chilometri di strada costiera in salita si fanno amicizie, si parla con altri pellegrini, ci si scambia impressioni e informazioni. C’è ad esempio una francese della Dordogna che dopo pochi minuti ci ubriaca di notizie su di sé, sugli amori passati presenti e futuri, sul Camino che ha già fatto tante volte, così come quest’ultima passeggiata fino all’impressionante sperone di roccia del Cabo, 130 metri a picco sul mare. Peccato che quando le chiediamo di scattarci una fotografia accanto a uno scarpone in metallo, famoso simbolo del camminante, si stupisce per un monumento così strano; non l’aveva mai visto. E quando bruciamo un indumento sugli scogli , tradizionale simbolo forse di morte e rinascita a una nuova comprensione della vita, è ancora più a disagio. Mah, se ne incontrano davvero di tutti i tipi.
Siamo felici ma esausti, esausti ma felici. Ecco perché, il mattino seguente, prendiamo ancora le fide biciclette per un’ultima scorribanda: raggiungere Muxia, l’altro grande approdo del Camino ( nel famoso film, il regista ha portato il protagonista, che faceva il Camino con le ceneri del figlio, proprio a Muxia). Sono trenta chilometri di andata e altrettanti di ritorno, stavolta senza bagagli perché entro sera torneremo a Finisterre. Bellissimi tratti su stradine sterrate nascoste nei boschi di eucalipto. E, talvolta, grandi squarci sulla “ Costa de la Muerte”, così chiamata per via dei numerosi naufragi. Purtroppo ancora salite faticose, pur essendo così leggeri. Il pranzo al sacco a base di uva, cetrioli e pane con le olive, con alle spalle la chiesa che guarda l’oceano e davanti la schiuma ribollente che viene a lambire i piedi, suggella come un’apoteosi la fine del viaggio.
Poi c’è solo il ritorno a Finisterre, da qui in corriera a Santiago con le bici nel grosso bagagliaio dell’automezzo pubblico in mezzo a decine di zainoni di pellegrini. A Santiago si pone il problema di far tornare le bici a Puente la Reina; ai Correos ( le Poste spagnole) fanno il servizio ma ci avvisano che saranno smembrate per limitare l’ingombro e impacchettate in un cartone. In effetti, quando le ritroveremo, sarà una visione scioccante: tolte non solo le ruote ma il manubrio, i portapacchi, i pedali… non ce la farei a rimontarli neanche per miracolo, ma per fortuna so che a Cividale ritroverò il magico Giovanni. Noi in treno arriviamo fino a Pamplona, da qui ci attende l’ultima tappa: ritornare a Puente la Reina, alla Touran, e sarà proprio da pellegrini: a piedi.
A Pamplona ci dirigiamo all’albergue municipal, e ci troviamo tutt’un tratto in un delirio di folla. E’ la festa di San Fermin piccolo, da non confondere con quella di luglio quando i tori scorrazzano per le strade e intrepidi giovanotti giocano a fare i toreri lanciandosi oltre le palizzate alla prima vista di un corno lontano ( scenette pietose che vedremo a Puente la Reina con i nostri occhi). In centro c’è talmente tanta gente che letteralmente non si passa. Hanno posizionato dappertutto lunghe tavolate, la gente mangia, beve, urla e quando non c’è abbastanza baccano si incarica una goliardica banda di trombe e grancasse ad aumentare il frastuono. Dentro l’albergue comunque è un’oasi di pace, nonostante le immense camerate strapiene di letti a castello. Domani sarà il nostro ultimo giorno da pellegrini.
Viviamo una situazione particolare, come uno strano ritorno al passato, noi che veniamo dal futuro. Tutti questi pellegrini che domani partiranno verso le mesete, il Leon, la Galizia, meta Santiago e Finisterre, sono come noi quindici giorni fa. Hanno tutta la Spagna del nord da attraversare, hanno pochi timbri sulla credencial perché sono appena partiti, le alture a est di Pamplona sono i contrafforti dei Pirenei, Saint-Jean-Pied-de-Port è appena oltre lo spartiacque. Sono preso da tenerezza per tutta questa umanità in ricerca, giovani e vecchi, uomini e donne, ognuno col suo carico di inquietudine e di tensione, speranze, delusioni, amori, fiducia.
La mattina, una singolare situazione si produce per le strade di Pamplona: si incrociano nelle prime ore del mattino i pellegrini di Santiago che, mente pura e lucida determinazione, intraprendono il Cammino, e orde di ubriachi ciondolanti e infreddoliti che hanno passato la notte bevendo, mangiando, urlando , urinando e vomitando per le strade. Sono due mondi che si incrociano ma non si incontrano, appartengono a due concezioni diverse della vita, come due dimensioni parallele non destinate a mescolarsi. Col senno di poi, però, riconosco che ogni esperienza della vita, anche la più penosa, può essere fonte di arricchimento personale (continuo a sorprendermi della mia originalità).
Alla periferia della città troviamo un bar aperto e facciamo colazione, caffè americano e croissant appena sfornati. Alla ripresa del cammino, ci si affianca un’italiana, una ligure di mezza età, parrucchiera. Fa il Camino perché suo nipote, giovanissimo, ha avuto un aneurisma, la sua salute e la sua vita futura sono appese a un filo. In più, a questa parrucchiera è anche recentemente capitato di avere un compagno irretito da una setta religiosa, e poi anche fedifrago con una “ donna del popolo” che stava cercando di condurre alla vera fede. Per tutti questi dolori e preoccupazioni la ligure sta camminando, vuole offrire le sue fatiche, la sua mente anelante pace, salute e tranquillità a un Disegno più alto, inconoscibile per noi umani.
Si attacca l’Alto del Perdon, con moderni mulini a vento che fanno corona ai profili delle montagne tutt’attorno. Una salita notevole e su sentiero parecchio sconnesso, meno male che non siamo in bicicletta. Al passo, col panorama che ripaga la fatica, il pianoro è occupato da sagome di metallo ritagliato a raccontare storie di viaggi di umani e animali verso una meta lontana. La discesa porta ad alcuni paesini, nei cui dintorni Eliana nota degli alberi di mandorle. Attorno a noi altri pellegrini , varie età, tra loro degli americani. Eliana prende un sasso, rompe il guscio, estrae la mandorla, la offre. Gli americani strabuzzano gli occhi e fermano tutto il gruppo: qui bisogna vederci chiaro. Chiedono alla mia metà di ripetere l’operazione, mettono il frutto sotto i denti, riconoscono il sapore: sono mandorle! Sempre vissuti in città, pensano che le mandorle nascano sgusciate e magari racchiuse in contenitori di plastica, col prezzo sopra. Eliana è vista come un Messia, un essere superiore venuto per aprire le menti. Grandi risate e battute di spirito ci accompagnano nei successivi chilometri, ma ora siamo al fondovalle, ci accoglie Puente la Reina dove finisce veramente il nostro pellegrinaggio. Ritroviamo la Touran ( con la batteria morta, ma vicino c’è un meccanico…), il primo albergue, la gentile hospitalera. Si torna a casa, nel CD-player una canzone: Camino de Santiago yo voy/ Camino de Santiago con tigo… Canta e camina, sabes que en tu vida el bien y el mal encontraras, tuya es la respuesta, dar la vuelta o continuar…/ Soy peregrino hoy, vivo en camino, vivo en camino, soy peregrino…
Abbiamo il cuore tenero e romantico. Lacrime di commozione. Speriamo di non dimenticarle.

Brunello Pagavino

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